Il CAMeC inaugura contemporaneamente due progetti sulla natura dell’opera d’arte, due mostre distinte ma tenute insieme da un sottile gioco intellettuale.
Se nel corso del Novecento tutto e il contrario di tutto è stato arte a tal punto da spingere una voce eminente come quella di Giulio Carlo Argan a dichiararne la sua morte, cosa rimane – o meglio cosa possono diventare – quelli che fino ad allora erano considerati solo aspetti “materiali” di essa? Ne nascono due speculazioni occasionali una sul supporto – l’esposizione del primo piano Superfici sensibili – e l’altra sul tema della cornice.
È proprio quest’ultima ad essere indagata nella serieCornice cieca, produzione recente – realizzata tra il 2010 e il 2011 – di Concetto Pozzati e felice prosecuzione della sua ricerca artistica ormai stabilmente strutturata in cicli.
Un tempo – per tutto il corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento – la cornice era elemento cardine del mercato artistico, oggi abolita o spesso ridotta a listello per “non disturbare” l’opera.
In un sottile gioco pirandelliano – come in Sei personaggi in cerca d’autore – una tela è alla ricerca della sua cornice. Ma cosa succede se la cornice diventa l’opera? Se si sostituisce completamente ad essa perché in mezzo vi è solo il vuoto?
Sfilano al CAMeC circa ottanta cornici – o parti e frammenti di esse – minuziose, baroccheggianti, particolareggiate, talvolta vezzose.
Così racconta il concept della mostra Pozzati stesso:
“Quando si procedeva a “punti” i collezionisti e i galleristi della fine dell’800 e dei primi del ‘900, se non sino alla metà del secolo scorso, sapevano che a 1, 2, 10, 15 punti corrispondevano già ad una cornice pronta, già fatta, bastava indicare se paesaggio o figura. Il mercato era “in mano” ai corniciai che intagliavano, intarsiavano la cornice ancora prima del quadro.
Quelle modanature allineate orizzontalmente, strutturate, aggettanti, sarebbero state il coronamento di un dipinto.
Ma se la cornice nasce prima e non conosce, o non può vedere, il dipinto perché non può vivere da sola? È lei stessa l’opera?
Non è una cornice vuota, magari deloca la traccia sul muro di un’altra cornice, ritaglia l’aria, rimanda ad uno specchio privato dallo sguardo, uno schermo bianco o nero. Un vuoto pieno di vuoto.
La cornice è il dipinto, è il quadro, è l’opera.
La cornice di legno variamente decorata e sagomata inquadra solo se stessa ed è quadro proprio perché... dovrebbe “inquadrare”.
Nel contemporaneo si è usata una valanga di “senza titolo”, “senza rappresentazione”...sino a “senza cornice”; ora invece si può anche dire “senza quadro”, privo di quadro in quanto è la cornice che si...dipinge, che si presenta rappresentandola. Una cornice non usata perché già cosificata. Una cornice che ha memoria solo di se, una cornice cieca che non protegge, non guarda e non vede la tela che non c’è.
Un palcoscenico senza attori se non il sipario bianco.
La cornice è affetta da cataratta e può toccare, mai vedere, la propria tela che dovrebbe incorniciare”.

 
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