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| Il terzo appuntamento
di Enclave presenta un’organica e centrata selezione
del lavoro presente e recente dei due artisti d’oltralpe.
L’annosa amicizia fra i due, la profonda conoscenza
di entrambi da parte di Bruno Corà, curatore della
mostra, il comune legame con l’Italia costituiscono
il punto d’incontro del progetto ideativo delle due
esposizioni, purtuttavia autonome e nettamente distinte nell’impiego
degli spazi del Centro. |
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Klaus
Münch, nato a Friburgo, in Germania, nel 1953, da anni
vive stabilmente in Italia, vicino a Torino. Comincia a lavorare
maneggiando e padroneggiando materiali consueti e familiari
alla disciplina plastica (pietra e ferro, anche se in un’originale
‘snaturazione’, come nei lavori in pietra serena
pigmentata), dando vita a forme aeree ed articolate. Dagli
anni Novanta assembla anche il vetro e comincia a sperimentare
intorno allo ‘stato’ della materia, immettendo
sostanze liquide e vischiose, fino ad approdare ad una ricerca
intorno a soluzioni plastico-spaziali nuove, privilegiando
in particolare forme chiuse e cimentandosi dapprima con PVC
e resine ed infine con la lavorazione a caldo del plexiglas.
La mostra spezzina accoglie un vastissimo numero di ‘calotte’
o ‘cupole’ in plexiglas serigrafato, disposte
sul pavimento, sulle pareti e sul soffitto delle sale. La
trama della stampa fotoserigrafica, in alcune lieve e rada,
ne lascia esplorare l’interno; in altre il fondo specchiante
ne amplifica le dimensioni; preziosi effetti cromatici rendono
questa sorta di ‘giardino’ vario e mutevole. Il
titolo della mostra, Giardino appunto,
trae origine dal Giardino delle delizie
realizzato nel 1500 circa da Hieronymus Bosch, con riferimento
alle suggestive ‘bolle’, popolate da creature
umane e vegetali, frutto della visionaria invenzione del maestro
fiammingo. Interessante digressione è la videoperformance
proiettata nel grande schermo dell’auditorium: in essa
Klaus Münch concepisce una cupola ‘animata’
da una flessuosa figura femminile. Una serie di elaborati
fotografici ripropone alcune sequenze dell’azione lungo
il percorso espositivo.
La mostra raccoglie inoltre un ragguardevole nucleo di opere
su carta, variamente realizzate, in prevalenza caratterizzate
dall’alchemica compresenza di oli pigmentati, stesi
in metamorfiche colature, e finissimi segni grafici, sorta
di arabeschi biomorfi alludenti ad Organismi
(questo il titolo scelto dall’artista per il corpus
di lavori, risalenti al periodo 1993 -2006). |
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L’austriaco
Eduard Winklhofer, classe 1961, da qualche tempo risiede in
Germania, a Düsseldorf, ma mantiene saldi rapporti con
l’Italia che lo ha ospitato negli anni giovanili durante
il periodo di studio presso l’Accademia di Perugia.
La sua ricerca segue un percorso rigoroso e coerente, che
coglie la lezione di Jannis Kounellis, assiduamente frequentato
in Germania, non indugiando tuttavia in “insidiose traduzioni
accademiche di una cifra ‘poverista’” (Bruno
Corà, in Eduard Winklhofer, Lame,
catalogo della mostra, pp. n.n.). Interrogandosi sul valore
ed il significato dell’arte, oggi e sempre, Winklhofer
ha maturato un progetto, denominato appunto Lame,
che ripensa alla stratificazione fisica e simbolica della
lama nella tradizione nipponica, mutuandone il concetto di
‘accumulazione’ spirituale e trasferendolo nell’altrettanto
alto ambito della storia culturale: “vorrei essere l’insieme
di quelle esperienze che mi hanno preceduto –afferma–
e ringraziando chi le ha compiute essere idealmente all’altezza
del dibattito da esse suscitato” (cit. in Bruno Corà,
in Eduard Winklhofer, Lame, catalogo della mostra, pp. n.n.).
Il CAMeC raccoglie alcune ‘fasi’ di questo progetto,
costituite da un’assai suggestiva serie di ‘rappresentazioni’
delle lame: decine di grandi carte toccate e lavorate con
la grafite, a colmare lo spazio di una parete, e numerose
lastre di gesso, recanti il simulacro delle tante e diverse
lame ricordate dall’artista.
Accanto a questo importante nucleo di lavori, compaiono diverse
installazioni che propongono un altro tema caro all’autore:
la rappresentazione fisica e simbolica della precarietà
attraverso complesse e meticolose costruzioni. Progettate
intorno al suggestivo bilanciamento fra alcuni oggetti ingombranti
e pesanti ed altri lievi, fragili ed eterei, esibendo tangibilmente
lo stato di equilibrio instabile e di rischio, esse suscitano
uno stimolante straniamento e ci invitano ad interrogarci
e a dipanare l’enigma. |
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