Curata da Marzia Ratti, la mostra raccoglie oltre 80 opere e si dà quale ampia ed esaustiva antologia del lavoro dell’artista milanese, assiduo frequentatore del levante ligure e della Toscana. Essa si articola in un percorso che delinea la coerente ricerca perseguita dagli anni Sessanta ad oggi, dalla scelta della via dell’astrazione geometrica, fortemente legata all’amicizia con il maestro Mario Radice, alla sperimentazione Optical intorno ai colori complementari, coltivata in ambito internazionale, alle composizioni seriali e a griglia, all’introduzione della sfumatura e di elementi curvilinei. Il nitore e il rigore del linguaggio eminentemente astratto, adottato e mai abbandonato, trovano un singolarissimo contraltare nel lavoro di illustrazione scientifica che Rizzato ha realizzato nel tempo, come impegno professionale, manifestando un virtuosissimo talento calligrafico. L’esposizione spezzina registra anche questo versante del temperamento artistico dell’autore, presentandolo in un’inedita piccola digressione. Il lavoro del pittore milanese ha interessato numerosi autorevoli addetti ai lavori, fra i quali Germano Beringheli, Rossana Bossaglia, Franco Passoni, Franco Russoli, Michel Seuphor, Francesco Vincitorio e Alberto Veca, che gli ha dedicato un attento studio monografico, fresco di stampa, che accompagna la mostra spezzina.

Romano Rizzato studia e si forma a Milano, dove è nato il 21 agosto 1936.
Affronta esperienze di vita sperimentando ricerche diverse nel campo editoriale, occupandosi di illustrazione. Frequenta corsi serali all’Accademia di Brera.
Dal 1956 al 1959 è coinvolto nell’équipe del Piccolo Teatro di Milano per realizzazioni di costumi e scenografie, anche come grafico, nell’allestimento di spettacoli di prosa e opera lirica per la Piccola Scala di Milano con la regia di Giorgio Strelher.
Nel 1959 incontra il pittore Mario Radice di cui frequenta l’atelier. Ha così inizio il corso di studio sulla storia dell’arte e l’esercizio formativo coi mezzi propri del dipingere, che si caratterizzerà come fondamentale. Si orienta sul linguaggio non-oggettivo. Prosegue i lavori che presentano sagome e figure della geometria piana legate all’urbanistica, un riflesso dell’architettura in generale e contemporanea in particolare.
È attivo con mostre dal 1966, e ricollocandosi nell’ambito della ricerca astratta, ha contatti con Arturo Bonfanti e Carlo Nangeroni: dal primo trae considerazioni connaturate all’ambito espressivo minimalista; dal secondo l’idea di fondo che regola il proprio modo di comporre, con la quale opera tuttora.
La strutturazione ortogonale, in un primo tempo calcolata col numero “aureo”, si semplifica in reticolo regolare. Su questo ordito opera la traslazione di figure e forme urbanistiche fino all’estrazione di figure semplici, regolari e lineari in progressione con effetto di compenetrazione di tipo optical aggiungendo strutture diagonali derivate dal prolungamento dei lati del triangolo equilatero.
Lo scopo è di collocare concentrazioni figurali minimali di quadrati e barre (figure ritaglio) come movimento dinamico, di tensione guidata per chi osserva. Inoltre precisa il colore con una scala ridotta al bianco e nero+rosso.
Effettua le prime esperienze di gruppo nell’ambito del centro di ricerca di arti plastiche “Il parametro” di Milano.
Sperimenta materiali diversi, fra cui il marmo per realizzare una fontana da giardino, la lamiera in una installazione di circa 20 metri lineari per una scuola superiore di Modena, i cui progetti sono visibili in mostra.
Sviluppa lo spazio rappresentativo adottando combinazioni di moduli in duplice e triplice successione, anche in modo seriale. Sono del 1970 i Percorsi esposti Mentone e Basilea, poi neI 1971 a MiIano, Enschede e Ulm. È invitato a partecipare neI 1973 a mostre itineranti con gruppo costruttivista IAFKG (lnternationaler Arbeitschreis für konstruktive Gestaltung) di Anversa-Bonn; viene incluso nell’Annual silk screen portfolio 1973-74 e neI 1974 sempre con l’IAFKG viene inserito nella Dritte Jahresgrafikmappe e alla rassegna “lt. e 5v.” (un tema e cinque variazioni). Nello stesso anno partecipa alla rassegna Sull’opera come campo organizzata dal centro culturale Serre Ratti di Como, presentato da Luciano Caramel; poi nel Costruttivismo internazionale organizzato dalla Galleria Sincron di Brescia.
Nel 1976 adotta il piccolo formato; Io spazio rappresentativo che nelle grandi superfici era in espansione e parcellizzato diventa compatto e ne deriva una miniaturizzazione in cui la densità delle figure e del colore “coppie di complementari” impongono modifiche: la scala dei grigi in gradazioni più basse favorisce la riduzione dei contrasti.
L’indagine si estende all’uso dei diversi tipi di carta, a una maggiore sensibilizzazione dovuta alla trasparenza del colore e all’uso di superfici texturizzate che prosegue su cartone, tavola e tela.
Per ottenere una maggiore luminosità del colore impiega acquerelli e acrilici liquidi su carta a mano. Lo spazio pittorico è sempre concepito strutturalmente per sovrapposizioni successive di superfici ma anche per “massellature” e “dissezioni” delle figure geometriche.
Dal 1990 nella rappresentazione introduce la sfumatura come valore intensivo. Infine con la figura curva accentua ulteriormente l’inventario di figure da realizzare.

 
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